Negli ultimi anni l’aumento esponenziale di bambini e ragazzi certificati è innegabile.

Da un lato c’è chi legge questa esplosione sostenendo che grazie all’aumento delle conoscenze in ambito diagnostico si è finalmente riusciti a individuare ogni disturbo. Di sicuro i contributi derivati dalla ricerca scientifica e dall’affinamento delle tecniche di indagine diagnostica sono sostanziali e fondamentali nel caso di reali patologie. Dall’altro però i conti non sembrano tornare: prendiamo ad esempio il caso della Discalculia (disturbo relativo all’apprendimento del sistema dei numeri e dei calcoli); scientificamente sembrerebbe che solo lo 0,5-1% della popolazione scolastica mondiale dovrebbe presentare tale disturbo. In Italia invece i dati parlano di circa 20-30% di bambini avviato a un percorso di diagnosi. Questo vuol dire che c’è un’alta probabilità di incorrere in falsi positivi, ovvero in bambini che hanno difficoltà facilmente superabili con una adeguata didattica ed educazione.

Non si può non considerare che i fattori che incorrono nei processi di sviluppo sono numerosi e complessi e non si può presuppore che ogni bambino raggiunga gli stessi traguardi nello stesso momento. Bisogna lasciare a tutti i bambini la possibilità di assestarsi col tempo e compensare le incertezze evolutive fornendo adeguate esperienze scolastiche. Il rischio che si creino dei blocchi emotivi è molto forte se non si rispettano i tempi personali di ciascuno.

La certificazione quindi è la risposta ai problemi? Sarebbe forse più utile cominciare a pensare di introdurre una riflessione più ampia sugli attuali modelli educativi e didattici?

Oggi si parla tanto di inclusione nelle scuole, ma se non cominciamo ad affrontare la crisi del ruolo genitoriale e della professionalità dei docenti e pensiamo di risolvere il tutto medicalizzando bambini e ragazzi, siamo lontani dal vedere la luce.

Il punto cruciale è proprio questo: famiglie e genitori sono sempre più in difficoltà nel trovare la propria funzione educativa e nell’individuare le strategie più efficaci per aiutare i figli a crescere. Dall’altra parte i figli, non incontrando figure adulte stabili e autorevoli, sperimentano profonde insicurezze e attivano comportanti disfunzionali. Quando questi bambini e ragazzi entrano poi nel sistema scolastico incontrano un’istituzione in crisi e con scarsa legittimazione sociale che fatica a gestirli. Le due istituzioni educative fondamentali, scuola e famiglia, sembrano arrendersi di fronte alle difficoltà dell’infanzia e dell’adolescenza e la scorciatoia più semplice e immediata consiste nel consegnare figli e alunni nelle mani di medici, psichiatri, psicologi e via dicendo.

Occorre capire che il problema non sono i bambini e aiutare scuola e famiglia a recuperare il loro ruolo educativo.

Rispetto al ruolo educativo genitoriale alcune importanti indicazioni ci vengono da Daniele Novara, pedagogista tra i più noti in Italia. Nella buona educazione dei figli occorre tenere in considerazione:

  • le ore di sonno: la carenza di sonno mette in crisi chiunque, figuriamoci un bambino in piena fase di apprendimento, a cui in ambito scolastico è richiesto un certo livello di concentrazione e impegno. Dormire poco indebolisce il sistema immunitario e rende i bambini irritabili e distratti. Secondo la Società italiana di pediatria, fino a 5 anni si dovrebbe dormire dalle 11 alle 13 ore, per scendere a 10 ore dai 6 ai 10 anni.
  • videoschermi: nei primi 6/7 anni i bambini devono toccare, sentire, annusare, assaggiare, impastare, manipolare. Lo schermo sostituisce il reale con il virtuale e quindi inibisce uno sviluppo armonioso e completo. Una pioggia di immagini accattivanti soddisfa sicuramente il bisogno di piacere ma allo stesso tempo agisce negativamente sulla capacità di concentrazione, per esempio sui compiti scolastici, e di adeguarsi alle regole sociali. Alle scuole secondarie tutto diventa più difficile: partendo dalla consapevolezza che per un preadolescente lo smartphone è la prima vera occasione per emanciparsi dai genitori, occorre porre dei limiti: un’ora, massimo due al giorno, dopo le 22 bisogna staccarli da tutti i dispositivi e bisogna sincerarsi che studino lontano da essi.
  • la distanza emotiva: occorre mantenere la giusta distanza educativa in relazione all’età dei figli; è importante età per età esplorare come si struttura l’uso del lettone, l’autonomia in bagno, come si manifesta l’affetto reciproco e con quale linguaggio.

Per quel che riguarda l’istituzione scolastica, ci sono tre nodi problematici che le impediscono di trasformarsi in una vera comunità di apprendimento:

  • il reclutamento dei docenti: il sistema odierno è vecchio e inadeguato, ancorato a modelli del passato in cui contava solo la conoscenza della materia; oggi fra le competenze di un buon insegnante non si possono non considerare la gestione del gruppo classe, la relazione con bambini difficili e la capacità di motivazione.
  • i metodi di insegnamento: conoscenze scientifiche mostrano che la lezione frontale non è un metodo didattico efficace, anzi, è uno dei più impervi per riuscire a imparare. Oggi sappiamo che si impara sostenuti dalla motivazione, che funzionano meglio metodi basati sulla condivisione, sul lavoro di gruppo, sull’osmosi, sull’interazione sociale. Nonostante le evidenze la scuola pubblica tradizionale fa ancora fatica a mettere in pratica metodologie riconosciute come più idonee.
  • il sistema di valutazione inadeguato: la conferma che un alunno conosca o meno un determinato contenuto non ci dice nulla rispetto alle sue reali capacità. La scuola dovrebbe far fare un percorso che andrebbe valutato nel suo evolversi e non nel suo raggiungere precisi obiettivi definiti a priori. Andrebbero considerati i punti di partenza degli alunni registrando su quelle basi i cambiamenti avvenuti.

Detto ciò, da questi fatti bisogna partire per trovare una strada alternativa con obiettivi alternativi: occorre mettere da parte gli screening e riprendere l’ascolto del bambino e della sua realtà, ristabilire un’alleanza educativa fra insegnanti e genitori che permetta a bambini e ragazzi di crescere insieme come compagni e amici e di sviluppare al tempo stesso le loro capacità qualunque siano le loro carenze o difficoltà.

È questa la filosofia che segue il Centro Capta nell’affrontare questo problema; lavoriamo con i nostri ragazzi sugli aspetti educativi, ponendo l’accento sul benessere relazionale e coinvolgendo in questo processo i genitori e gli insegnanti in modo da andare tutti sinergicamente nella stessa direzione.

 

Adriana Festa

psicologa ed educatrice