di Elena De Vido, psicologa ed educatrice

Da “Finché sei a casa mia, fai quello che dico io!” a “Lasciali stare, sono ragazzi!”. Qual è la giusta misura nell’approccio educativo con i propri figli? La questione si ripresenta ciclicamente e corre parallela ai cambiamenti sociali e culturali del nostro Paese. Nel corso degli anni si è assistito a drastici cambi di rotta rispetto all’atteggiamento “vincente” da tenere con i figli per renderli autonomi, sicuri di sé, pronti ad affrontare le sfide della vita. Senza però mai trovare la giusta misura o la ricetta risolutiva “una volta per tutte”. Ed è chiaro come non possa esserci la risposta definitiva, poiché la relazione genitori–figli non è una questione avulsa dal contesto che la contiene, e non può prescindere dal momento storico in atto.

Senza addentrarci nelle diverse declinazioni che le relazioni genitoriali assumono nelle differenti culture e epoche, cerchiamo di concentrarci nel “qui e ora” e comprendere quali siano gli stili educativi che i genitori possono mettere in atto e quali poi le ricadute sul comportamento dei figli. Per stili educativi intendiamo le modalità attraverso le quali i genitori svolgono le loro funzioni normative e come si rapportano ai propri figli. A partire dagli studi di Baumrind si possono identificare tre principali stili parentali. Vediamoli nel dettaglio.

Lontani dal voler stabilire una relazione di causa effetto tra stile educativo e manifestazioni comportamentali, ricordiamo che il modo in cui i bambini e i ragazzi si comportano è influenzato da molteplici variabili date dall’ambiente sociale in cui sono inseriti, dalla rete di relazioni attorno a loro e, non ultimo, dalla loro indole. Non può essere previsto con certezza l’esito di uno stile genitoriale, ma possiamo senz’altro affermare che la modalità autorevole è quella che più facilmente produce comportamenti adattivi, aiutando il bambino a sperimentarsi con sicurezza ma, al contempo, dandogli i “paletti” entro cui muoversi. Le restrizioni hanno sì una funzione normativa, ma sono anche recinti di sicurezza in cui un figlio si sente contenuto e protetto.

L’eccesso di libertà, invece, può risultare paradossalmente paralizzante, poiché nel vuoto educativo, l’incertezza e la paura predominano.

Se sulla carta pare dunque evidente come ottenere i risultati più auspicabili, come mai è così difficile mettere in opera le buone pratiche descritte?

La domanda andrebbe forse posta non tanto ai singoli genitori, quanto piuttosto a un’intera generazione che sembra a volte aver smarrito le coordinate della propria funzione educativa. Si vedono sempre più spesso genitori che non sanno più come porsi, per esempio, di fronte al richiamo di un insegnante, quasi come se la nota l’avessero presa loro; che di fronte al litigio del figlio con un compagno di classe, si appostano davanti alla scuola e aggrediscono il ragazzino in questione o i suoi genitori, spostando il livello del conflitto senza fornire ai propri figli modelli utili per la gestione dei contrasti. O che tentano di “insabbiare” le trasgressioni dei ragazzi attribuendone la responsabilità ad altri, trovando sempre una via d’uscita per loro e per se stessi.

Per tornare alla domanda sopra che si chiedeva l’origine di tanta fatica nell’essere buoni genitori, potremmo rispondere che l’autorevolezza non si improvvisa, non si mima sulla base di “cartelli stradali” ingiunti.

Autorevoli si è, non si fa.

E il presupposto per affrontare le sfide educative che si pongono di fronte ai genitori di oggi è uno: essere adulti. Essere adulti significa “semplicemente” essere capaci di assumersi le responsabilità che il ruolo richiede, non sfuggire di fronte al conflitto, non sgretolarsi di fronte ad una porta sbattuta temendo di perdere l’approvazione dei propri figli, come se i ruoli fossero invertiti, come se i figli fossero i migliori amici, i confidenti o le spalle su cui appoggiarsi. Essere genitori significa invece esserci, esserci sempre, sapendo cosa dire o cosa fare; a volte non sapendolo, ma trasmettendo comunque la sicurezza di chi è disposto anche a rischiare di sbagliare pur di non sottrarsi al suo compito. Significa non nascondere le proprie emozioni e, talvolta, anche le proprie fragilità, poiché questo consentirà ai figli di fare altrettanto, di diventare persone che non si nascondono, che non fingono per apparire diverse e più apprezzabili. Significa riuscire a vedere i propri figli per quello che sono e non un tramite per compensare i propri bisogni insoddisfatti o per rivendicare i propri obiettivi non raggiunti.

Insomma, in una parola, essere genitori adulti e autorevoli significa avere coraggio, una qualità che, se esercitata, crea le basi affinché i figli di oggi siano i buoni genitori di domani.