di Roberta Radich

E’ sempre più presente nella percezione sociale e nelle statistiche che lo descrivono, il fenomeno del bullismo, etichetta sotto la quale si raccolgono una infinità di comportamenti tra ragazzi. L’allarme per il fenomeno della violenza tra ragazzi nella scuola, ha basi reali. Ciononostante il rischio è quello di amplificarne la percezione e quindi la diffusione o, perlomeno, di non inquadrare correttamente la diversità delle situazioni.

Quando si parla di bulli ci si riferisce, in genere, a comportamenti di aggressione (fisica, verbale, manipolatoria, digitale) che siano intenzionali, sistematici e che implicano la presenza di un potere maggiore dell’aggressore rispetto alla vittima. Questo, in parole povere, significa che un ragazzo che si considera ed è considerato “superiore” sotto uno o più aspetti (fisico, cognitivo, di genere, o orientamento sessuale, sociale, culturale, economico), agisce abitualmente una  prevaricazione violenta verso un ragazzo che si considera ed è considerato “inferiore” dal punto di vista fisico, cognitivo, di genere o orientamento sessuale, sociale, culturale, economico.

Da quando mi è capitato di intercettare delle situazioni di questo tipo, piccole o grandi, sono stata colpita soprattutto da due dei tre dei fattori che, classicamente, portano a definire una aggressione come bullismo: l’intenzionalità e l’asimmetria di potere.

Nessun adulto, anzi, dice a questi ragazzi che “è giusto” picchiare, insultare, martorizzare in qualche modo i compagni o i pari, eppure ho sempre avuto la sensazione, che questi ragazzi esprimano in tutti i modi il loro “diritto” di fare ciò che il mondo adulto stigmatizza come sbagliato e umanamente riprovevole.

Gli studi su questo argomento hanno evidenziato molte cause del fenomeno: le famiglie d’origine dei ragazzi (trascuranti e/o violente per i bulli e iperprotettive per le vittime), fattori di personalità, i fattori contestuali derivanti dalle dinamiche dei gruppi, la distanza relazionale indotta da telefoni o computer, la mancanza di comunicazione tra scuola e famiglia, la mancanza di abilità sociali dei ragazzi, in primis la mancanza della capacità di empatizzare con le sofferenze e con il vissuto degli altri, e altri fattori più specifici.

E’ anche vero che tutti questi fattori assumono una particolare rilevanza e vengono amplificati dal contesto sociale, culturale e valoriale dove i ragazzi sono immersi. Vediamone alcuni aspetti.

  • La scuola, il mondo del lavoro, il mondo sportivo, la comunicazione mass-mediatica, ecc. in modi diversi massimizzano e promuovono la competizione dove vince qualcuno e perde qualcun altro sulla base di caratteristiche personali e prove di forza, di bravura, di tecnica, ecc.
  • La scuola è stratificata (parliamo soprattutto dell’istruzione superiore ma, purtroppo esiste questa differenza anche nelle scuole di base) in “buone scuole” e “cattive scuole”, in percorsi scolastici prestigiosi, meno prestigiosi o decisamente “inferiori”. Si veda come sono strutturate e vengono percepite la maggior parte delle scuole professionali.
  • I mass media e personaggi pubblici propagano allarme e paura, per non dire pregiudizi e idee francamente razziste verso migranti, omosessuali e chiunque sia “diverso” da standard decisi a priori.
  • Esiste tutta una realtà e una retorica socialmente condivisa sulle persone “vincenti” sui “perdenti”, tradotta sbrigativamente dai ragazzi con espressione più colorite. Un esempio mi è stato fornito recentemente da un ragazzo: “O ti batti per essere tra quelli che valgono, altrimenti sei uno sfigato per sempre”.
  • Dal punto di vista fisico vengono osannati coloro che presentano caratteristiche fisiche ben precise. Chi è sovrappeso, basso, ha tratti diversi da quelli delle persone presentate dalle copertine patinate o dagli show televisivi, ha tratti somatici non europei, parte decisamente svantaggiato tra i ragazzi, ma non solo.
  • Le trasmissione televisive sono improntate a gare, a volte spietate, tra persone, squadre, ecc. e chi vince è osannato, mentre chi perde subisce umiliazioni dirette o indirette.

Potremo continuare con questo elenco, ciascuno può sicuramente pensare a situazioni dove vengono, non solo legittimati ma anche esaltati, i vincenti a scapito dei perdenti.

E’ facile il collegamento con le situazioni dove un ragazzino, ad esempio, viene preso in giro o peggio, perché grasso, perché non particolarmente bravo negli sport o nei giochi, oppure ha la pelle di colore diverso o manifesta un diverso orientamento sessuale. Ed è un dato “di realtà” condiviso sia dai bulli che dalle vittime: viene vissuto come un dato di fatto che una persona con queste caratteristiche “valga” globalmente meno. Il resto, le prediche degli adulti e i “pipponi” sui valori entrano da un orecchi e escono dall’altro. I valori vissuti e assorbiti dai ragazzi sono questi, sono quelli che gli adulti, nei fatti, incarnano o non vi si oppongono, accettandoli come giusti e veri.

Tornando alla cause dei comportamenti prevaricanti, certamente, come dicevamo, non sono univoche: vari fattori si incrociano, ma l’orizzonte valoriale condiviso fornisce una buona serra dove il disagio relazionale e sociale di questi ragazzi può crescere e trovare legittimazione.

Che fare?

Non ci sono ricette univoche, ovviamente.

Prima di tutto è necessario che genitori e insegnanti, assieme, si interroghino su quanto appena descritto, mettendosi in gioco in prima persona, cercando di capire quali valori consapevolmente e inconsapevolmente sono trasmessi dall’ambiente educativo dove crescono i ragazzi. Molto si può fare per contrastare, in positivo, con valori vissuti diversamente.

Inoltre si tratta:

  • Di prevenire il disagio relazionale con una sistematica, non improvvisata, educazione alla convivenza sociale: come qualunque altra “materia” questa ha bisogno di uno spazio di tempo specifico e progressivo, dalla scuola d’infanzia alla scuola superiore, cercando ovviamente, di divenire trasversale a tutti gli insegnamenti e presente nella struttura organizzativa stessa della scuola e degli spazi. Insomma è tempo dell’ “ora” di convivenza!
  • Di lavorare, anche qui, sistematicamente, sulla coerenza educativa tra scuola e famiglia e le altre agenzie educative.
  • Di, non escludere il paradigma competitivo (sarebbe impossibile allo stato attuale) , ma di mitigarlo e di accompagnarlo alla pratica cooperativa e collaborativa.
  • Di intervenire, quando si verificano situazioni di comportamenti prevaricanti gravi, non solo sul ragazzo, ma sul gruppo classe, sulle famiglie, sul contesto scolastico, interrogandosi tutti, non limitandosi a stigmatizzare e colpevolizzare il singolo o i singoli ragazzi.

Sul bullismo esistono molti progetti. E’ importante però che ogni scuola e ogni famiglia sappia trovare il proprio personale approccio al problema, puntando sulla prevenzione e favorendo un ambiente cooperativo dove i ragazzi possano apprendere a vivere assieme condividendo emozioni, obiettivi, sogni.

Per finire vi lascio con questo bellissimo video, senza ulteriori parole: